P. Vincenzo Cosenza, C. R., y su Lettera a Gigino

Morlupo, 01.12.15

Caro Gigino,

l’ultima volta che ti ho scritto eri partito per il Brasile e, in quella mia, ti assicuravo che avrei cercato di fare del mio meglio per rimpiazzarti nella tua famiglia. Per me era facile, mi volevano tutti bene: i tuoi genitori, i tuoi fratelli, le tue sorelle e, in seguito, i tuoi nipoti.

Oggi, scriverti è più difficile perché pur vedendo tanta fede nei tuoi fratelli e anche la forza di “sorridere”, cosa questa comune alla tua meravigliosa famiglia, non è facile proiettarmi nel “dopo” che non conosciamo. Inevitabilmente, il pensiero legge il calendario del passato e rifà il cammino dei 59 anni che abbiamo condiviso anche se fisicamente lontani: i nostri primi, faticosi studi, i nostri impegni nel giardino, nell’orto, in cucina, la cura delle cose semplici e quotidiane, che noi, venendo dalla campagna, sapevamo assolvere. Ti ricordi, Gigino, i nostri giochi? Quell’uscire presto la mattina, prima delle lezioni, e giocare a “spacca salami” e riscaldarci prima delle lezioni? In quel tempo faceva proprio freddo e le aule erano maledettamente ghiacciate. Ti ricordi com’era fredda l’acqua dei catini quando, al mattino, uscendo dal grande dormitorio, andavamo ad attingere ai rubinetti della sala delle pulizie e dei bagni? La doccia la facevamo una volta a settimana e dovevamo spicciarci, era a tempo, 10 minuti, c’erano anche gli altri che dovevano lavarsi.

A passeggio andavamo il Giovedì e la Domenica: sembravamo dei soldati, con la nostra divisa e poi dovevamo camminare sulla Flaminia, rigidamente, allineati, senza guardare né a destra, né a sinistra, finché non si arrivava nei campi, lontani dallo sguardo degli estranei. Là ci divertivamo, era una liberazione. E ti ricordi quando andavamo, a piedi, fino al Soratte, a Capena, o al lago di Bracciano? Certo che ne avevamo di fiato!

Dopo il Noviziato e la Professione dei voti, sempre distanziati da quell’anno che ci separava, fummo ordinati sacerdoti: io il 16 Ottobre del 1968 e tu, con Don Domenico Caruso, il 19 Marzo del 1969. Io non potei godermi la tua festa, dovetti di corsa, raggiungere Caloveto, per l’aggravarsi delle condizioni di salute di mia mamma, che dopo quattro giorni, il 23 Marzo, ci lasciava. Presto vennero i grandi impegni e le responsabilità: tu partisti per il Brasile e io fui mandato a Roma, nella parrocchia di san Gaetano, come vice parroco. Il Brasile come la parrocchia furono, per noi, vere università di vita, benché noi avessimo fatto anche una buona pre-università nelle nostre famiglie, condividendo con i nostri genitori e fratelli fatiche, sacrifici, povertà. Gigì, quante volte mi hai ricordato che quella pre-università era stata una benedizione di Dio? L’uscire quando ancora era buio e rientrare dai campi quando era già notte contribuì non poco a formare i nostri caratteri. Siano benedetti i nostri genitori e la povertà che ci costrinsero a frequentare queste palestre di vita.

Oggi, prima che tu partissi, con il tuo corpo (il tuo spirito ti aveva già preceduto), Padre Carmine, in chiesa disse che tu non potevi essere “santo”. «Siamo seri ––scherzava P. Carmine––, ma voi lo vedete un santo con le scarpe sporche? O con la lenza di pesca in mano? O con la zappa nell’orto o a raccogliere la verdura? E poi, Gigino aveva anche il vizio del fumo e giocava a carte!». Io te lo dicevo, Gigino, che qualcuno, alla fine, te lo avrebbe rimproverato! Hai visto? Ti sei giocato anche la possibilità di farti fare “santo”. Beh, pazienza! D’altro canto, avevi anche il vizio di arrivare sempre prima degli altri: alla preghiera, alle riunioni, al lavoro…

Nonostante questo, hai visto Gigino chi è venuto a trovarti per il saluto finale? Mica uno, quattro vescovi! Te le ricordi, no? Mons. Enzo Dieci, Mons. Divo Zadi, Mons. Guerino Di Tora e Mons. Romano Rossi. E poi, c’era anche il Padre Generale, da noi appena eletto nel mese di Giugno, Padre Salvador Rodea, e c’erano ben 32 sacerdoti, la Superiora Generale delle Teatine, Madre Francisca Gil e altre consorelle… Una partenza in grande stile!!!! Come hai fatto a convogliare, in chiesa, tante persone? Ma hai visto che in chiesa non entrava più nessuno? È vero, te lo ha detto Mina, tua sorella:

“Hai lasciato un vuoto”

e, io aggiungo,

“ci hai lasciati più poveri. Tu sei stato sempre una sentinella di guardia nella tua postazione”.

Ora, là dove ti trovi, hai un bel da fare; ricordati che “siamo pochi e da poco”, dovete impegnarvi anche lassù, tu e quelli che hai trovati, per le vocazioni, per la nostra comunione, per la fraternità, per la puntualità, per la preghiera, personale e comunitaria, per tutte quelle cose che tu amavi… Fattelo dire, Gigì, anche questa volta, hai avuto fretta! E ci hai colto di sorpresa! Ci hai preceduto tutti, lasciandoci però, come dono, il tuo sorriso, che speriamo di portare in cuore. Grazie, Gigì, e prega il Padrone della Vita di aiutarci a sopportare il peso di non averti più con noi.

Un’ultima cosa: grazie per la tua grande e magistrale lezione sul dolore. A chi ti chiedeva come stavi, fino all’ultimo, hai risposto: “Una bellezza!”. Un abbraccio per l’eternità.

L’amico e il fratello
Cenzino

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